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Mi sono costruita addosso un lavoro con taglio sartoriale

28 febbraio 2018

Lasciare un lavoro sicuro dopo i quarant’anni per inseguire nuovi stimoli e rimanere fedeli alla propria passione: come si fa? Te lo racconta in questa intervista Consuelo Granda per un decennio presidentessa e anima creativa del Laboratorio Procaccini 14, Onlus milanese che si preoccupa del reinserimento professionale di rifugiati politici e persone con disabili mentali.

Ora Consuelo ha deciso di spiccare il volo da sola, ritagliandosi uno spazio proprio che ha ancora al centro l’impegno sociale, aprendo un laboratorio di sartoria con il marchio Fenix Social Design, nuovamente collegato al terzo settore e dove le persone svantaggiate possono sperare in un reinserimento lavorativo.

Perché hai sentito la necessità di un cambiamento radicale da una posizione invidiabile? In quanti ti hanno detto che eri pazza a compiere un passo del genere, a un’età in cui generalmente si ambisce a una maggiore sicurezza e tranquillità?

Ho fatto fatica a far capire a chi mi circonda per quale motivo lasciavo un lavoro fisso, a tempo indeterminato, ma dopo tanti anni ho sentito che non potevo più fare meglio di quello che avevo già fatto: il core business della cooperativa Procaccini 14 è il catering, in cui lavorano disabili psichici, e una piccola parte era rappresentata da un reparto sartoria, curato da me nella parte creativa e mandato avanti da rifugiati politici ai quali potevamo offrire borse di lavoro di sei mesi, grazie al progetto Morcone del Comune di Milano.

Quando ho sentito che il mio lavoro poteva solo diventare più routinario, ho cominciato ad essere insofferente e ho dato le dimissioni. Non è stata una cosa improvvisa, volevo che la situazione restasse perfetta come la lasciavo, con un buon passaggio di consegne, rendendomi disponibile per 11 mesi ad accompagnarli nel cambio, facendo formazione. Avevo bisogno di un nuovo obiettivo a lungo termine: ognuna ha un proprio talento, c’è chi ce l’ha per fare l’impiegata statale ma non vale per me. Adesso, per esempio, non ho più la sicurezza economica di prima ma gestisco autonomamente il mio tempo.
Non avevo ancora un piano B; si è formato davanti ai miei occhi quando il consiglio di amministrazione mi ha offerto di rilevare la parte di laboratorio che non avrebbero più avuto interesse a tenere in attività. I tessuti, i modelli e i contatti con le aziende li avevo costruiti io negli anni, si trattava solo di far nascere un nuovo progetto autonomo.

Come hai inquadrato praticamente la tua nuova attività?

Ho chiamato il marchio Fenix Social Design ma la dicitura “artigianato sociale”, dal punto di vista giuridico, non esiste. Per poter fare quello che avevo in mente, ho aperta una partita Iva come artigiana ma anche come commerciante e creativa, per poter vendere direttamente i prodotti nei mercati; l’aspetto sociale l’ho aggiunto io, dandomi un codice. A Milano, i marchi di moda tout court non mancano di certo! Per mantenere invece la mia etica del lavoro, ho attivato collaborazioni con il terzo settore che conosco bene e da cui traggo le professionalità che mi servono; ad esempio, per la realizzazione dei miei cartamodelli, mi sono rivolta a un’associazione che impiega donne extracomunitarie . Conosco tantissimi artigiani ma scelgo di collaborare con realtà che hanno una ricaduta nel sociale.

Chi sono le persone che lavorano con te?

Con Fenix voglio continuare ad occuparmi di inserimento lavorativo di persone svantaggiate, cosa che di per se è già nel DNA di un artigiano: da sempre i ragazzi di bottega fanno formazione. Negli anni trascorsi in cooperativa ho colto un piccolo gap: i candidati a noi inviati avevano già fatto un percorso di reinserimento e per loro rappresentavamo quasi un punto d’arrivo. I servizi sociali lamentavano una mancanza nel gradino precedente di formazione, perché nessuno vuole prendere gente senza competenze radicate, che poi è lo stesso problema che c’è oggi con i ragazzi: le aziende li vogliono giovani ma magicamente anche capaci. Ho pensato di poter venire incontro a questa esigenza perché Fenix è una realtà piccola: in un ambiente raccolto è più facile seguirli e mi piace l’idea dell’incubatore che ti dà forza e fiducia per poter affrontare altre sfide.

Come gestisci il lavoro con le persone svantaggiate?

Spesso queste persone vengono viste come “difficili” ma in realtà quelli che si avvicinano al mondo del lavoro sono persone già compensate. Quando ho raccontato il mio progetto ai responsabili dei servizi di salute mentale, si è concretizzato un piccolo progetto con il dipartimento di Etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda. Queste persone possono essere in Italia per motivi umanitari o per handicap fisici che attendono di essere risolti con un’operazione: mentre sono in attesa dello status di rifugiati non possono lavorare e il tirocinio è uno dei pochi strumenti che i servizi hanno per non far perdere loro il contatto con il mondo lavorativo e poterle retribuire. Io non percepisco denaro, il fondo è dato esclusivamente al tirocinante e io mi avvantaggio solo della manodopera della persona a cui sto insegnando.
Per prima cosa si stabiliscono orari e mansioni: parte delle competenze consiste nell’avere un capo o fare le cose in maniera precisa; queste capacità sono difficili da monitorare e il tirocinio serve per questo. I tirocinanti possono aiutarmi nelle fasi che vanno a completamento di un capo come attaccare bene un bottone o un’etichetta, finire un cappello; sono tutte cose fatte a mano che richiedono precisione. Possono essere persone un po’ lente e che la società considererebbe non “performanti”: non sono in grado di completare autonomamente la produzione ma mi sollevano in piccoli passaggi semplici, come imbastire una borsina o tagliare i manici tutti della stessa misura. Affido loro compiti in cui posso calcolare un margine di errore.

Quali sono i punti forti delle creazioni di Fenix?

Produco abbigliamento da donna e qualche accessorio. Scelgo tessuti preziosi con cui sono cuciti abiti molto lineari, capaci di vestire con piegature originali qualsiasi corpo di donna. Chi mi viene a trovare o segue attraverso i social i miei spostamenti nei mercatini trova una piccola collezione curatissima e sempre diversa. Non possano mai essere cuciti più di due capi con la stessa fantasia e riutilizzo qualsiasi ritaglio di tessuto – anche il più minuscolo – per confezionare manicotti, baschi, colli, spille che scelgo con la finalità di poter essere lavorati con chi collabora con me. La sartoria è un posto in cui qualcosa si crea e nulla si distrugge: oltre alla collezione Fenix già pronta, si può chiedere anche un “su misura” e un’idea per recuperare quel maglione da troppi anni nell’armadio e da cui non vorreste mai separarvi.

Quando cercavo un laboratorio per Fenix ho conosciuto una giovane illustratrice, Monica Vitali; si stava laureando in arte-terapia e teneva dei corsi di disegno alla fondazione della Casa della Carità. Ci siamo riconosciute il desiderio di valorizzare le nostre capacità con il valore aggiunto dell’impegno sociale. Nella nostra sede in via Mortara 5 – sui Navigli – ho portato in eredità le mie macchine rilevate dal vecchio laboratorio; Monica stampa su tessuto i suoi disegni originali per una propria collezione e poi creiamo fianco a fianco. Sono promotrice di condivisione e collaborazione, non ci tengo a morire con tutti i miei segreti: questo è il cuore di Fenix.

[Articolo pubblicato a dicembre 2017 per la rubrica #raccontididonne di donnad.it]