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Amore in polpette

31 maggio 2016
hamburger amore in polpette

In una normale uggiosa domenica milanese, una normale grigiastra famigliola va a pranzo nel ben noto fast food.
Sono padre, madre, bimba settenne e bimbo un po’ più piccolo, tranquilli e slavati come un pomeriggio di pioggia primaverile.

Arrivati al tavolo, l’esplosione improvvisa. Madre: “Ma come, hai preso due Happy Meal con i mostri? Uno doveva essere della Barbie!” sbuffa “adesso sarò costretta a cambiarlo”. Padre perde l’occasione d’oro di tacere: ”Ed io cosa ne so?!”. E la madre, alzando di un tono la voce “Come, cosa ne so? Basta guardare!”. Lui, terreo: “Ma se vengo due volte l’anno, come faccio a saperlo?”.

A quel punto Madre, da normale e pacatamente efficiente donna di famiglia, si trasforma in Erinni piena di rabbia sorda che, non potendo esprimersi davanti ai pargoli o davanti a un pubblico, trascolora sulle guance e il decolté, balena dietro la montatura d’acciaio, vibra elettrica lungo i capelli crespi.

Cosa se ne faceva lei, di quella misera e inutile appendice umana? Tutta la sua persona esprimeva quel pensiero. In fondo desiderava solo che –  per una volta – la domenica fosse, non dico un giorno di riposo, ma almeno uno in cui – alle normali preoccupazioni affrontate con una ben oliata macchina organizzativa – non si sommassero noie gratuite.

Cosa c’era che non andava in quell’uomo? Se solo avesse osservato i suoi figli, avrebbe visto che appena entrati, si erano diretti come fulmini alla vetrina dei giochini offerti con il cestino del pranzo. Avrebbe notato che i suddetti giochi erano divisi per gradimento di genere, orridi orrori per lui, bambole per lei. Dov’era con la testa? Almeno la domenica, la sua attenzione avrebbe dovuto essere rivolta a loro eppure, evidentemente, non era così.

Nel frattempo la bimba tace, la faccia speranzosa rivolta alla madre, nella certezza che avrebbe risolto il problemuccio, come sempre. Al padre nemmeno uno sguardo; il reo avrebbe potuto essere trasparente o assente come in qualsiasi altro momento della sua vita.

Di lì a pochi minuti avviene il cambio richiesto ma la quieta pioggerella primaverile è stata squassata da un temporale e i lampi abbaglianti hanno illuminato stabilmente un’inerzia scambiata per serenità.

È possibile evitare di trasformare la vita familiare in un hamburger?

Il padre, ad esempio, se dotato di riflessi un po’ più pronti avrebbe potuto spegnere sul nascere i fuochi di guerra, cospargendosi il capo di cenere e volando egli stesso a effettuare il cambio giocattolino. Altre soluzioni? Infinite ma tutte legate a una presenza mentale ed affettiva.

In seconda battuta, lei avrebbe potuto rifiutarsi di fare la schiava – e sarebbe stato educativo per tutti – declinando il gran rifiuto in due opzioni:

a) Spedire il marito a concludere il lavoro, facendolo sembrare un verme e rafforzando nella figlia la convinzione – probabilmente già formata – che non si può assolutamente fare affidamento su un uomo nemmeno per un regaluccio da niente.

b) Minimizzare il problema e salvare quel po’ d’amor proprio salvabile nel compagno, dicendo alla bimba che tutto sommato non sarebbe stato male giocare con una cosa da maschi, così, tanto per abituarsi ad un futuro differente.

Non si litiga mai per i figli: sono solo la scintilla che accende il fuoco su cui cuoce un amore già ridotto in polpette.