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Rimborso d’ufficio.

28 maggio 2016
Palazzo dell’Agenzia delle Entrate, Via Manin, Milano. Anonimo (1935 circa)

Il portinaio mi corre incontro sventolando una raccomandata e, fin qui, niente di strano; ormai le uniche missive che ricevo per posta sono quelle che per legge devono ancora viaggiare in cartaceo e una tonnellata di offerte commerciali, che spaziano dalla consegna a domicilio di surgelati alla salvaguardia del leopardo dell’Amur.

Guardo con noncuranza il mittente e per un istante mi si spengono i pensieri. Agenzia delle Entrate, leggo, e sento distintamente un “pof!” dietro agli occhi. Quando torna la corrente, si affollano parole sparse che vanno da grana a grosso guaio. Perché, vedete, io ho la fobia di tutto ciò che riguarda i conti e se non fosse per il mio fiscalista, sarei una donna morta, come minimo per attacchi d’ansia ad intervalli regolari.
Pur avendo la totale convinzione che si debba avere un rapporto di piena trasparenza con la suddetta Agenzia, sono altrettanto certa che una fiducia cieca nelle istituzioni sia da stolti.

Sono così pateticamente imbranata che una volta, a un ispettore che mi chiedeva chiarimenti su una presunta fattura di un cliente – uno che di pasticci ne aveva fatti sul serio – mi sono trovata a dire candidamente “ma io non posso non emettere una fattura!”. Dall’altra parte era sceso un silenzio imbarazzato. C’è o ci fa, avrà pensato il poveretto, con inflessibile pazienza, e avevo percepito l’alito di un sospiro rassegnato.

Insomma, per aprire la raccomandata mi sono seduta, ho respirato profondamente e poi sono rimasta a bocca aperta: “…rimborso d’ufficio a Suo favore. Un assegno bello tondo perché, udite, nel 2008 avevo pagato veramente troppo al nostro ingordo staterello. Era stato, lavorativamente parlando, un annus horribilis come possono esserlo solo quelli delle libere professioniste dopo il secondo figlio, eppure sembrava che me ne fossi accorta solo io.
L’ho raccontato a un’amica, come se mi fosse capitata la cosa più incredibile del mondo, nemmeno avessi vinto alla lotteria invece che recuperare denaro che non avevo potuto esimermi dal prestare al Tesoro. “Allora passi da Alexander McQueen per gli infradito che ti piacevano?”, mi dice lei.
Ma io, ormai, sono più vecchia e più saggia: lo girerò come parcella professionale al mio stimatissimo commercialista.

Palazzo dell’Agenzia delle Entrate, Via Manin, Milano. Anonimo (1935 circa)

Palazzo dell’Agenzia delle Entrate, Via Manin, Milano. Anonimo (1935 circa)