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“È solo la fine del mondo” di Xavier Dolan

28 novembre 2016
Marion Cotillard (Catherine) "È solo la fine del mondo" di Xavier Dolan "È solo la fine del mondo" di Xavier Dolan.

Cast di stelle francesi ad alta esportabilità – Vincent Cassel, Marion Cotillard e Lèa Seydoux – per “È solo la fine del mondo” di Xavier Dolan in uscita il 7 dicembre.

Confesso che una spinta molto forte alla visione me l’ha data proprio il cast. Ognuno di noi ha specifiche debolezze e una delle mie è non saper resistere quando sento i nomi Cassel-Cottillard. Così, spinta dalla sete di  glamour e bellezza, mi sono trovata a vedere un film duro psicologicamene e magnetico esteticamente. “È solo la fine del mondo” ha vinto il Grand Prix della giuria del festival di Cannes 2016 ed è tratto dall’omonima piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce.

Louis (Gaspard Ulliel) è un giovane drammaturgo di successo che torna a far visita alla famiglia dopo 12 anni. Louis ha uno scopo: deve dire alla madre (Natalie Baye) e ai fratelli che sta per morire.

A parte il viaggio iniziale del protagonista, in un sud afoso e claustrofobico, punteggiato da personaggi dallo sguardo inquisitore e da dettagli che portano la scena in un posto lontano, al limite della degradazione – tutta l’azione si svolge on stage sulla scena della casa di famiglia e nei ricordi di Louis.

Ad accoglierlo a casa, oltre alla madre, ci sono il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel), la sorella più piccola Suzanne (Léa Seydoux) e la cognata Catherine (Marion Cotillard), una donna timida e sensibile.

La visita di Louis è attesa e sono tutti molto agitati. La giornata trascorre intervallata da confronti verbali molto accesi, momenti di imbarazzo e slanci di affetto. Louis deve cogliere il momento per dare la notizia sconvolgente che non lo rivedranno mai più ma sembra non trovarlo mai.

A parte la voce fuori campo che riporta il flusso di coscienza di Louis e che da alcune indicazioni sulla sua personalità, il protagonista ha pochissime battute, del resto è proprio la mancanza di parole – al limite dell’afasia – che rende possibile l’immersione in un clima relazionale difficile.

Tutto ciò che sappiamo di Louis deriva dal fatto che il regista ci permette – a sprazzi – di visualizzare stralci di ricordo.

Louis è gay, è bello, è intelligente, ha talento: se ne è andato da casa senza voltarsi indietro per allontanarsi da incomprensioni e da un ambiente limitante. Sappiamo che da qualche parte in città ha un compagno, che non ha dato il nuovo indirizzo alla madre, che manda sempre cartoline per i compleanni. Sappiamo che Louis è malato e che in qualche modo anche gli altri personaggi intuiscono che qualcosa non va.

I rapporti tra i cinque interpreti sono un tessuto fitto di cose non dette e di sopraffazione. Antoine è un groviglio di violenza e aggressività; Suzanne è giovane e ribelle ma non è ancora in grado di dare sfogo in maniera positiva alla sua insoddisfazione; Catherine è incapace di fare un discorso compiuto, la paura le impedisce di esprimere ciò che pensa. La madre – che si nasconde dietro un’estetica appariscente e aggressiva – conosce profondamente i figli e le loro debolezze ma non è in grado di aiutarli; in un estremo tentativo di ricucire le relazioni – anche se capisce che non è più possibile – chiede a Louis, il figlio che ha dimostrato di essere più forte, di fare il primo passo per normalizzare i rapporti ma ormai è troppo tardi.

“È solo la fine del mondo” è un film che scortica la pelle per la ferocia con cui descrive il clima patologico di un nucleo famigliare

La sceneggiatura è scarna, è fatta per lasciare spazio all’immaginazione e per riempire i vuoti tra le battute con quello che l’esperienza personale di ciascuno è capace di aggiungere, facendo affidamento sul fatto che – in maniera più o meno cruenta – lo spettatore è in grado di dare un giudizio sui rapporti familiari.

Se Catherine balbetta afasica – senza trovare mai le parole giuste – la mente di chi guarda formulerà cento ipotesi su ciò che andrebbe fatto o detto per portare avanti la storia, cosi come gli esasperati primi piani sugli occhi – quelli bellissimi della Cotillard ma anche quelli di tutti gli altri personaggi – fanno in modo che chi guarda possa fantasticare sul significato di un’ombra dello sguardo o che nell’iride si possa scorgere il riflesso di una diversa verità.

È un film emozionante, in cui si alternano duelli verbali in cui nessuno esce vincitore e momenti in cui la tensione sembra sciogliersi solo per tornare immediatamente altissima.

I mille dettagli della regia e il contrappunto della colonna sonora – sapientemente composta da Gabriel Yared – rendono “È solo la fine del mondo” un film di cui mi ricorderò a lungo.