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Era una casa molto carina

1 agosto 2015
una casa molto carina

Come ci si può ragionevolmente aspettare da due cittadini di una certa età che abbiano raggiunto un certo grado di soddisfazione personale, un bel giorno i miei genitori hanno deciso di trasferirsi in campagna.

Hanno trovato un rudere sufficientemente pittoresco ed hanno impiegato un lasso imprecisato di tempo per farlo diventare la loro dimora.

Mia madre è andata a scegliere personalmente ogni singola lastra di pietra nella cava che le prometteva il maggior numero d’imperfezioni, venature caratteristiche e ammoniti fossili esistenti in circolazione.

Mio padre ha diretto i lavori com’è ovvio che faccia un ingegnere in pensione, consultando mamma sulla tonalità preferita della calce.

Come ci si può ragionevolmente aspettare da una figlia, durante le vacanze estive porto i nipotini a villeggiare dai nonni. I miei figli questo posto lo adorano, mio marito lo teme. Ci sono tutti i migliori nascondigli che un bambino può apprezzare e un genitore apprensivo deprecare: estetiche scale senza corrimano, estetiche legnaie costruite con il criterio di un rifugio anti-zio, bassi parapetti protetti da fioriere esteticamente in bilico, legno grezzo assai estetico e scheggiato, oggetti collezionati apposta per non essere mai utilizzati come ostacoli in una pista di biglie.

Un giorno, abbiamo portato il mio Grande a visitare il Vittoriale e quando ha visto la stanza da bagno, è impazzito: pensava di essere dalla nonna. Invece, se avete presente come aveva voluto la sua cucina il Vate, moderna e tecnicamente ineccepibile, beh, quella dei miei genitori è esattamente il contrario.

Di solito, non appena ho scaricato bambini e bagagli, mi precipito ad aprire il frigorifero per capire con quanta urgenza devo girare il muso della macchina in direzione del più vicino supermercato.

Scena tradizionale: “Il frigo è vuoto!”; “Ma se ho appena fatto la spesa!”.

Ieri ho trovato una simpatica salsa di cavolo nero e noci. Spesso trovo barattoli di sott’aceti derivanti dagli scambi di cortesie tra vicini ma sono sempre prive di etichetta e decorate con graziosi coperchi riciclati, così è difficile capire se si tratta di carote tagliate a julienne o lingue di ramarro in salmì. Ci sono sempre marmellate biologiche e sacchetti di semi che avrebbero fatto la gioia della dottoressa Kousmine. Un pacco di pasta è quasi una certezza, un po’ di burro molto meno. Sorvoliamo sulla disponibilità di proteine animali.

Capitemi: io alla cucina sono sensibile per deformazione professionale. Sfortunatamente, nel corso degli anni, in campagna è scomparso anche il forno tradizionale, sostituito con un lussuosissimo microonde combinato. Le pentole sono state relegate in soffitta perché “erano troppe, e tanto tutte queste pentole non servono a niente”.

“Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina”.

A esser giusti, non manca nulla, ma non c’è nulla di quello che serve sul serio, come ad esempio un coltello affilato che sia in grado di affettare, giusto per fare un esempio, un’onesta soppressa veneta.

Dopo i primi momenti di affanno, tuttavia, me ne faccio una ragione. Guardo fuori dalla casa senza soffitto e senza cucina e vedo il mandorlo che arriva al soffitto del secondo piano e un fico con cui bisogna litigare per uscire dalla porta. Ci sono i bambini che corrono nel cortile strappando tutta la lavanda possibile, così li mando a letto profumati come una damina ottocentesca. Come vicina di casa abbiamo la premiata “Osteria n°1”, quindi è evidente che i miei abitano al numero zero ma anche che non moriremo di fame.